Il toro di Falaride: uno strumento di tortura tra realtà e leggenda

Toro di Falaride

Agrigento, solo pochi anni dopo la sua fondazione nel 580 a.C., era già vittima di lotte intestine tra i diversi gruppi di coloni che avevano dato vita alla città. Per risolvere queste conflittualità serviva un uomo deciso, che governasse con il pugno di ferro. Costui fu Falaride, tiranno della città dal 570 al 554 a.C., che divenne presto famoso per il suo dispotismo e la sua crudeltà. Le fonti antiche non ci raccontano molto sulla vita e le imprese di questo personaggio, eccetto che per un particolare: il “toro di Falaride”, un temibile strumento per uccidere i dissidenti e dare una lezione esemplare a tutti i suoi nemici.

Sicilia muta
La Sicilia greca, con segnate le località principali. In rosso Agrigento, la città di Falaride.

Un toro di bronzo per cuocere vivi i dissidenti

Come ogni tiranno che si rispetti, anche Falaride aveva numerosi nemici dentro e fuori la sua città, e doveva guardarsi le spalle. Serviva un sistema per scoraggiare eventuali nemici a congiurare contro di lui per abbattere il suo potere e far precipitare nuovamente la città nelle discordie e nella guerra civile. A questo pensò lo scultore Perilao di Atene, che regalò a Falaride un toro di bronzo molto particolare. Questo toro era vuoto all’interno e aveva un’apertura sul lato, di modo che Falaride potesse introdurre al suo interno quelle persone che riteneva colpevoli di tramare contro di lui e bruciarle vive appiccando un fuoco sotto la pancia di bronzo. Come se non bastasse, alle narici del toro erano collegate due canne di flauto che trasformavano le grida delle persone arse vive in muggiti, di modo che il toro sembrasse vivo. Non è chiaro però se Falaride si sia mai veramente servito di questo dispositivo, infatti una parte delle fonti racconta di come tale sistema di tortura e omicidio fosse troppo crudele anche per lui. Addirittura, secondo una variante della storia Falaride fu così disgustato da questo regalo che volle punire il suo inventore. Chiese perciò allo scultore Perilao di entrare nel toro per mostrargli come funzionava, e appena questo si fu introdotto dallo sportello lo chiuse dentro e accese il fuoco. Estrasse Perilao dal toro poco prima che morisse e lo finì facendolo gettare da una rupe. Così nessuno sarebbe mai realmente morto per mezzo di questo toro.

Toro di Falaride
Ricostruzione grafica del Toro di Falaride

Un mito che diventa realtà: il toro ritrovato

Comunque sia, Falaride visse in un’epoca molto antica e la sua crudeltà divenne proverbiale. Il poeta Pindaro nella Pitica Prima utilizzava questo tiranno come esempio di uomo che avrebbe guadagnato una fama immortale non per la sua bravura o per la sua ricchezza, ma per i suoi misfatti. Anche la storia del toro divenne un tema ricorrente, perché sarebbe stato il simbolo stesso di questa estrema crudeltà. Gli antichi stessi erano però divisi tra quanti ritenevano che il toro di Falaride fosse realmente esistito e quanti invece lo consideravano solo una leggenda. Tra questi ultimi c’era lo storico Timeo di Tauromenio, che nella sua Storia della Sicilia dichiarava che tale toro non sarebbe mai esistito. Così entrava in polemica con i suoi predecessori creduloni che avevano creduto senza riserve che l’uomo potesse giungere a un tale livello di crudeltà da creare un così terribile strumento di morte. Questo suo scetticismo era comprensibile, perché al tempo di Timeo la città di Agrigento era già stata messa a ferro e fuoco dai Cartaginesi e il toro era andato perduto, così che non c’era modo di dimostrare che esso fosse mai realmente esistito. Le cose cambiarono però quando il generale romano Scipione nel 146 a.C. distrusse la città di Cartagine, portando via da essa tutti gli oggetti di valore. Tra questi oggetti c’era anche il toro di Falaride che i Cartaginesi avevano precedentemente sottratto ad Agrigento più di 250 anni prima. Esso fu restituito alla città di Agrigento, così che la leggenda del toro tornò ad essere realtà.

Un toro per dimostrare la crudeltà dei pagani

Uno dei resoconti più ricchi che abbiamo sul toro di Falaride lo dobbiamo allo scrittore cristiano Paolo Orosio, che ne parla nella sua Storia contro i Pagani. Orosio era un allievo di Agostino, e viveva un’epoca nella quale la religione cristiana cominciava a imporsi sull’antico paganesimo. L’episodio del toro di bronzo diventa nella sua opera un modo esemplare per illustrare al lettore la crudeltà dei pagani, e più in generale di quanti siano vissuti prima del cristianesimo. Falaride diventa il paradigma della malvagità umana e la storia del toro si arricchisce di particolari raccapriccianti. Ad esempio vi si narra che Falaride usava il toro per uccidere persone innocenti e che tramite ciò provava un insano piacere. In questo modo la storia cominciava a piegarsi alla propaganda, ma anche questo ha contribuito affinché la tradizione sul toro si conservasse fino a noi.

Toro di Falaride 2
Ricostruzione grafica del toro di Falaride

Ciao! Mi chiamo Flavio e da sempre provo una grande passione per tutto ciò che proviene dal mondo antico. Dopo una laurea in Scienze Storiche ho deciso di aprire Storia Antica, per fare un po’ di sana divulgazione e condividere alcune delle cose che ho imparato negli anni di studio.

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