La colonna serpentina, storia di un monumento da Delfi a Istanbul

Colonna Serpentina

La colonna serpentina

Una strana colonna di bronzo attorcigliata si erge nel quartiere Sultanahmet dell’odierna Istanbul, sul luogo dell’antico Ippodromo della città di Costantinopoli. La chiamano colonna serpentina, perché rappresenta tre serpenti avvinghiati. Fu portata lì dall’imperatore Costantino attorno al 330 d.C. per celebrare la fondazione della sua nuova capitale, ma l’origine di questa colonna è molto più antica. Fu infatti forgiata per sostenere un imponente tripode d’oro, offerto ad Apollo nel santuario di Delfi da un’alleanza di Greci per celebrare la vittoria contro i Persiani a Platea nel 479 a.C. Da essa partivano tre teste di serpente, ciascuna delle quali reggeva una gamba del tripode d’oro. Oggi quel tripode non esiste più, la colonna che lo reggeva invece è ancora ben visibile. Le teste di serpente sono cadute e resta solo lo stelo della colonna, per un’altezza di 5,34 metri e un diametro di 60 centimetri che si attorciglia per un totale di 29 spire. Su 10 di queste spire campeggiano incisi i nomi delle città che greche che si opposero al nemico persiano. La storia della colonna serpentina è quindi abbastanza avvincente e vale la pena di essere raccontata.

Resti della Colonna Serpentina
Crediti fotografia: Jorge Láscar (Flickr).

L’origine della colonna serpentina: i Greci e la battaglia di Platea

Siamo nel 479 a.C., data cruciale per la storia greca. Solo un anno prima il Gran Re persiano Serse aveva invaso la Grecia con tutto il suo esercito, ma era stato costretto a ritirarsi dall’inaspettata sconfitta della sua flotta nelle acque di Salamina. Aveva però lasciato in Grecia le sue truppe di terra sotto il comando dal generale Mardonio, che continuavano a costituire una minaccia per tutti i Greci. Lo scontro finale si ebbe allora nella pianura di Platea, piccola città della Beozia a nord di Atene. L’esercito greco era comandato dallo spartano Pausania, membro della famiglia regale degli Agiadi che reggeva il potere in attesa che Plistarco, il figlio del defunto Leonida, raggiungesse la maggiore età. Le fasi di questa battaglia sono raccontate in dettaglio dallo storico Erodoto (IX, 59-70): i nemici furono sbaragliati, i Greci si impadronirono delle ingenti ricchezze presenti nell’accampamento persiano. La decima parte del bottino prelevato ai Persiani fu utilizzata per la creazione di doni votivi da collocare nei grandi santuari panellenici a celebrazione della vittoria: Delfi, Olimpia, Istmia. Al santuario di Apollo a Delfi fu dedicato un tripode d’oro, reso imponente dalla sua collocazione alla sommità di una colonna di bronzo che raffigurava tre serpenti attorcigliati. Si è calcolato che l’altezza totale del monumento completo di tripode dovesse aggirarsi attorno ai 9 o 10 metri. Solo il tripode doveva essere alto circa 1,5 metri, ma oggi rimangono solo i primi 5,34 metri a partire dal basamento. Questa è quanto della colonna serpentina possiamo vedere ancora oggi.

Raccolsero le ricchezze [dal campo persiano] e ne riservarono la decima parte al dio di Delfi. Con essa fu dedicato il tripode d’oro che poggia sul serpente di bronzo a tre teste collocato vicinissimo all’altare. Riservarono una parte delle ricchezze anche al dio di Olimpia, cui dedicarono una statua in bronzo di Zeus alta 10 cubiti. E anche al dio dell’Istmo, al quale fecero pervenire una statua in bronzo di Poseidone alta 7 cubiti.

Erodoto, Storie, IX, 81, 1

 

Ricostruzione della Colonna Serpentina

L’iscrizione sulla colonna serpentina: da Pausania alle città greche

Oggi sulle spire della colonna serpentina campeggia un’iscrizione che commemora le città greche che si sono alleate per combattere contro i Persiani. Era infatti abitudine antica incidere sugli oggetti dedicati alla divinità il nome o l’identità di chi aveva offerto l’oggetto. In questo caso abbiamo una storia complessa, perché sembra che originariamente la dedica non fosse sulla colonna serpentina, ma sul tripode d’oro che la sormontava. E non recava il nome delle città greche unite in combattimento, ma solo quello del generale Pausania. A tal riguardo lo storico Tucidide (I, 128-134) ci dice che Pausania fece incidere sul tripode un distico elegiaco contenente il proprio nome. Però gli Efori, magistrati spartani, avrebbero ordinato di raschiare via quella scritta che dava lustro al solo generale e sostituirla con una nuova che comprendesse i nomi di tutte le città. Non era raro che un generale mettesse il proprio nome sopra l’oggetto che dedicava agli dei per celebrare la propria vittoria, ma nel caso di Pausania c’era un grande timore che aspirasse alla tirannide su tutta la Grecia. Proprio questo timore lo portò all’arresto e alla morte, e non bisogna escludere che il suo nome venne cancellato dal tripode anche per questo. I nomi di città che furono incisi al suo posto sono in totale 31, attualmente si trovano sulla colonna e occupano dieci delle ventinove spire superstiti. Non è chiaro però se tale dedica fu incisa fin da subito sulla colonna o fu inizialmente collocata sul tripode d’oro, e solo dopo ricopiata sulla colonna serpentina (come sembra dedursi dalla forma di alcune lettere dell’iscrizione).

Allora [il reggente Pausania] aveva fatto incidere per conto proprio, sul tripode che i Greci avevano dedicato a Delfi con il bottino preso ai Medi, questo distico elegiaco: “Il comandante dei Greci, dopo che distrusse l’esercito dei Medi, / Pausania, offrì a Febo questo monumento”. Ma subito i Lacedemoni la raschiarono via dal tripode, e fecero incidere i nomi delle città che avevano dedicato quell’offerta dopo essersi scontrate con i barbari.

Tucidide, La Guerra del Peloponneso, I, 132, 2-3

 

Combatterono la guerra co[ntro i Medi]: Lacedemoni, Ateniesi, Corinzi, Tegeati, Sicioni, Egineti, Megaresi, Epidauri, Orcomeni, Fliasi, Trezeni, Ermionei, Tirinzi, Plateesi, Tespiesi, Micenei, Cei, Meli, Teni, Nassi, Eretriesi, Calcidesi, Stirei, Elei, Potideati, Leucadi, Anattori, Citni, Sifni, Ambracioti, Lepreati.

Colonna Serpentina (M-L, 27)

 

Iscrizione sulla colonna serpentina

La colonna serpentina attraverso i secoli, da Delfi a Istanbul

La colonna serpentina rimase a Delfi per circa 820 anni. Qui era collocata davanti al tempio di Apollo vicino all’altare dei Chii. Per i primi 140 anni della sua storia rimase intatto anche il tripode d’oro, che poi venne fuso dai Focesi nel corso della cosiddetta Terza Guerra Sacra (356-346 a.C.). Durante questa guerra infatti l’esercito focese prese possesso del santuario di Delfi e utilizzò le sue ingenti ricchezze per pagare i propri soldati. Secondo il periegeta Pausania (X, 13, 9) tra gli oggetti d’oro che vennero fusi dai Focesi ci fu anche il tripode di Platea che poggiava sulla colonna serpentina. È possibile che fu proprio in questa circostanza che la dedica con i nomi delle città greche venne ricopiata dal tripode sulle spire della colonna. Quest’ultima rimase a Delfi finché l’imperatore romano Costantino la asportò dalla sua base nel 330 d.C. circa per collocarla nella sua nuova capitale Costantinopoli. Qui fu posta a ornamento della spina dell’Ippodromo, cioè quella parte centrale dell’Ippodromo attorno alla quale ruotavano i carri, dove rimane tuttora. Sopravvisse anche alla conquista turca della città e alla trasformazione dell’ippodromo in quella che oggi è piazza At-meydani. Ci sono infatti molte miniature e illustrazioni di epoca ottomana che presentano la colonna serpentina ancora integra e sormontata dalle sue tre teste. Da un’illustrazione del viaggiatore francese Aubry de La Mottraye sappiamo che nel 1727 la colonna era ancora intera, ma le teste serpentine caddero nel corso del secolo. Solo una di esse si conserva ancora oggi al Museo Archeologico di Istanbul.

Per celebrare l’impresa di Platea, i Greci dedicarono in comune un tripode d’oro posto sopra a un serpente di bronzo. La parte in bronzo di questa dedica era ancora salva ai miei tempi, i capi dei Focesi però non lasciarono allo stesso modo la parte in oro.

Pausania, Guida della Grecia, X, 13, 9.

 

Illustrazioni Colonna Serpentina
Crediti prima fotografie: Sconosciuto (WikimediaCommons). Crediti seconda fotografia: Sconosciuto (WikimediaCommons)

Un’opera in bronzo quasi unica

La colonna serpentina è quasi unica per essere sopravvissuta a 2.500 anni di storia. È infatti una delle pochissime opere in bronzo dell’antichità ad essere rimasta sempre visibile all’occhio umano per tutto il corso della sua storia. Altre opere antiche in bronzo devono la loro sopravvivenza al fatto di essere state sepolte per millenni sotto la sabbia o sul fondale marino, cosa che le ha preservati dalla distruzione. Basti pensare ai Bronzi di Riace conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. La colonna serpentina invece è rimasta sempre in superficie, prima a Delfi e poi a Costantinopoli/Istanbul. È quasi un miracolo che in 2.500 anni di storia nessuno abbia pensato di fonderla. Questo perché il bronzo era un materiale prezioso, e spesso le opere d’arte in tale materiale venivano rifuse per fabbricare armi, costruzioni o altre opere. Il fatto che la colonna serpentina non abbia subito questo destino la rende quasi unica, soprattutto se si pensa che tale è stata la sorte di molte altre opere anche di valore artistico molto elevato.

Testa della Colonna Serpentina
Crediti fotografia: Eric Gaba (WikimediaCommons).

Per approfondire:

  • Il racconto sulla battaglia di Platea: David Asheri (a cura di), Erodoto, Le Storie, libro X: la battaglia di Platea, Mondadori, 2006.
  • Per la storia dell’iscrizione sulla colonna serpentina: Pietro Maria Liuzzo, Osservazioni sulle iscrizioni del trofeo di Platea.
  • Sulla lunga storia del santuario di Delfi: Michael Scott, Delfi: il centro del mondo antico, Laterza, 2015.

Ciao! Mi chiamo Flavio e da sempre provo una grande passione per tutto ciò che proviene dal mondo antico. Dopo una laurea in Scienze Storiche ho deciso di aprire Storia Antica, per fare un po’ di sana divulgazione e condividere alcune delle cose che ho imparato negli anni di studio.

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