Timoleonte, ovvero l’uomo giusto

Timoleonte

L’uomo giusto

La storia di Timoleonte ci viene raccontata da due grandi letterati dell’antichità: Plutarco, il celebre biografo, e Diodoro Siculo, lo storico. In entrambi i casi, Timoleonte appare come un personaggio dalle caratteristiche positive: abile, giusto e fortunato. Abile perché seppe destreggiarsi tra le sfide politiche e militari che lo impegnarono a Corinto, sua città natale, e in Sicilia. Giusto perché amante della libertà e nemico di ogni tiranno, fedele alla parola data e moralmente retto. Fortunato perché le imprese di cui si rese protagonista ebbero inizio incerto, ma esito straordinario. Tuttavia, dietro la sua figura positiva si nascondono alcuni misteri: il caso dell’assassinio del fratello Timofane e l’ostilità che sembra emergere nei suoi confronti da parte dell’oligarchia corinzia. In ogni caso, Timoleonte fu uno degli indiscussi protagonisti delle vicende politiche del IV secolo a.C. Le sue imprese divennero subito celebri e trovarono eco nei racconti degli storici.

Il Mediterraneo nel IV a.C.
I luoghi principali delle vicende di Timoleonte tra Grecia e Occidente

 Nato in un’epoca tormentata (409 a.C.)

All’inizio del IV secolo a.C. le poleis greche erano ormai travolte da una profonda crisi politica e di valori. Presto sarebbero collassate sotto i colpi della monarchia macedone, ma intanto continuavano tra loro una lotta senza quartiere. In questi anni convulsi, Sparta e Tebe si scontrarono per l’egemonia su tutti i Greci, influenzando la politica interna di quasi tutte le altre città elleniche. Timoleonte visse nel pieno di questa epoca tormentata. Egli nacque attorno al 409 a.C. a Corinto da una famiglia aristocratica. In gioventù partecipò come comandante militare alla vita pubblica della sua polis e si trovò ad affrontare le difficili lotte politiche che contrapponevano la fazione oligarchica dominante (favorevole a Sparta) e la fazione democratica (favorevole a Tebe). Non sappiamo se Timoleonte parteggiasse per l’una o per l’altra fazione. Secondo la Vita di Timoleonte di Plutarco, egli era straordinariamente mite, se si eccettua l’odio intenso verso i tiranni e i malvagi (3, 4). Probabilmente, Timoleonte manifestava già allora l’alto senso del dovere che doveva divenire una delle caratteristiche fondamentali della sua figura storica. Tuttavia, alcuni storici hanno fatto notare che le parole di Plutarco potrebbero nascondere un ulteriore senso politico. Infatti, gli oligarchi del mondo antico erano soliti definire con spregio la fazione democratica con il nome di malvagi (in greco, poneroi) perché legati alle classi socialmente inferiori. Perciò, le parole di Plutarco potrebbero rivelare la precisa scelta politica di Timoleonte di non schierarsi apertamente a favore dell’una o dell’altra fazione. Questa posizione ambigua sarebbe risultata fondamentale negli eventi successivi della sua vita, a partire dalla vicenda del fratello maggiore Timofane.

Vita di Timoleonte

L’uccisione del fratello Timofane (364 a.C.)

Secondo Plutarco e Diodoro, Timofane aveva un carattere ben diverso rispetto al fratello: era coraggioso, impetuoso e sconsiderato, amava circondarsi di amici ambigui e di soldati mercenari e manifestava l’ambizione di voler conquistare il potere personale nella polis. Il suo coraggio sconsiderato in battaglia gli aveva procurato il favore dei concittadini, i quali gli affidavano spesso comandi militari. Timoleonte provava un sincero affetto per Timofane e lo seguiva ovunque, spesso cercando di limitare i danni causati dalla sua condotta. Ad esempio, durante una battaglia tra Corinto e Argo, Timoleonte si trovava in prima linea con gli opliti, mentre Timofane combatteva come cavaliere, ma fu sbalzato dal suo cavallo a causa di un colpo nemico. Timoleonte si fece strada tra i nemici e coprì con lo scudo il fratello, proteggendolo dagli assalti e salvandogli la vita. La durezza di questi continui conflitti tra città vicine spinse gli oligarchi di Corinto a creare una forza mercenaria a difesa della città che venne affidata a Timofane. Ma Timofane aveva ambizioni ben diverse e tentò di sfruttare tale forza per prendere il controllo della città e istituire una tirannide. Timoleonte tentò due volte di dissuadere Timofane dal suo intento e, infine, non gli rimase altra scelta che ucciderlo. Secondo Plutarco, Timoleonte preparò una congiura con i suoi familiari e con loro raggiunse Timofane sull’acropoli di Corinto (l’Acrocorinto) per tentare un’ultima volta ancora di farlo ragionare. Timofane reagì con violenza e i congiurati cominciarono a pugnalarlo. Timoleonte, in disparte, si coprì il volto e pianse. Il racconto di Diodoro Siculo, invece, è leggermente diverso: secondo lui, Timoleonte avrebbe ucciso personalmente Timofane durante una passeggiata nella piazza cittadina. Tuttavia, in entrambi i casi, il fratricidio scatenò sentimenti contrastanti in città: secondo alcuni, Timoleonte aveva agito per il bene della polis; secondo altri, aveva compiuto un sacrilegio. Lo stesso Timoleonte, amareggiato per l’accaduto, decise di ritirarsi volontariamente dalla vita pubblica.

L’impresa siciliana: tra Siracusa e Cartagine (344 a.C.)

A vent’anni dal ritiro e ormai anziano, Timoleonte accettò dai suoi concittadini il comando di una spedizione militare in Sicilia richiesta dai Siracusani, antichi coloni di Corinto. La situazione sull’isola era a dir poco confusa. L’assassinio di Dione, l’uomo che era riuscito ad allontanare da Siracusa il tiranno Dionisio II, aveva portato ad una serie di conflitti interni. La città era stata governata, in successione, da Callippo, da Ipparino e da Niseo. Infine, Dionisio II aveva ripreso il potere con forze mercenarie. I Siracusani avevano allora chiesto aiuto a Corinto e a Leontini, dove erano fuggiti i vecchi alleati di Dione. Iceta, signore di Leontini, si era affrettato a concludere un accordo con Cartagine, l’altra grande potenza dell’isola, con l’intenzione di intervenire per primo e risolvere tutto prima dell’arrivo dei Corinzi. Si era perciò affrettato a marciare su Siracusa, ma l’assedio della fortezza di Dionisio II sembrava andare per le lunghe. Per i Corinzi, le intenzioni di Iceta non erano sincere. Infatti, il suo legame con Cartagine nascondeva un tentativo di assumere la tirannide anche a Siracusa per poi spartirsi con loro la Sicilia. Per questo decisero di intervenire e di inviare Timoleonte, il nemico dei tiranni.

Sicilia IV a.C.
I luoghi e le battaglie della spedizione di Timoleonte

La spedizione di Timoleonte disponeva soltanto di 10 navi e 700 soldati, cui si aggiunsero poi 2.000 fanti e 200 cavalieri. Iceta disponeva di 5.000 uomini e del supporto della flotta cartaginese. Formalmente, l’oligarchia corinzia lo inviava a mettere ordine nelle faccende siracusane. Nei fatti, come dimostrano i numeri esigui, la spedizione appariva anche come un’elegante stratagemma per liberarsi di una figura politicamente ambigua perché ancora non ufficialmente schierata nelle fazioni interne della polis. Nonostante il suo ritiro, Timoleonte rappresentava un’anomalia: le sue azioni e il suo carattere dovevano aver fatto presa su una parte della popolazione di Corinto, stremata dalle continue lotte tra fazioni. I Corinzi intendevano allontanarlo, ma nessuno poteva immaginare gli straordinari successi che attendevano Timoleonte in Sicilia: la fortuna, da quel momento, non l’avrebbe più abbandonato. Plutarco racconta che prima di partire Timoleonte si recò al santuario di Delfi per ottenere un oracolo sull’esito della spedizione. Dopo il sacrificio, una benda con corone e Vittorie ricamate si staccò dalle offerte votive appese nel santuario e si posò sul capo di Timoleonte: Apollo dava la sua benedizione (8, 1-3). Diodoro aggiunge che Timoleonte ottenne anche la benedizione di Demetra e Core e che durante la traversata questa benedizione si sarebbe manifestata nella forma di splendide luci notturne in cielo. In seguito a questo ottimo presagio, Timoleonte avrebbe dedicato la propria nave alle due dee (XVI, 66).

Timoleonte si dimostrò da subito un abile comandante militare e un sottile diplomatico. Durante la traversata, la sua spedizione sfuggì due volte alla flotta cartaginese. Timoleonte evitò di sbarcare direttamente nei pressi di Siracusa, ma si recò a Reggio e a Tauromenio (l’odierna Taormina), dove raccolse l’alleanza del tiranno Andromaco, padre dello storico Timeo. Per compensare la propria inferiorità numerica, Timoleonte attirò l’esercito di Iceta presso Adrano, alle falde dell’Etna, e lo sconfisse in battaglia. A questo punto, Timoleonte raggiunse indisturbato Siracusa e trattò la resa di Dionisio II, le cui forze erano ormai allo stremo. Dionisio preferì cedere la città a Timoleonte in cambio della possibilità di concludere la propria esistenza in esilio a Corinto, lontano da ulteriori rappresaglie. Nello stesso tempo, Timoleonte raggiunse con Iceta un accordo che prevedeva il definitivo ritiro dell’esercito di Leontini e della flotta cartaginese. In poco più di un anno, Timoleonte aveva ripreso il controllo di Siracusa e aveva messo fine alla guerra. Ma non era finita: Timoleonte mise a punto una serie di riforme politiche per ristabilire la democrazia a Siracusa e una serie di riforme sociali per risollevare una popolazione ormai prostrata da anni di fame e di guerra.

In guerra con Cartagine: il fiume Crimiso (342 a.C.)

Forse sfruttando la notizia del fallito colpo di stato di Annone a Cartagine, Timoleonte raccolse in una grande alleanza attorno a Siracusa molte città greche per muovere guerra al territorio controllato da Cartagine nella parte occidentale dell’isola. Per la prima volta, l’alleanza tra le città greche della Sicilia fu aperta anche alle città sicule e sicane, ovvero le città abitate dalle comunità autoctone preesistenti alla colonizzazione greca. Timoleonte sfruttava la minaccia cartaginese per costruire un movimento che trovava il suo fulcro nella democratica Siracusa e aveva come suo obiettivo la liberazione della Sicilia da Cartagine. Nel 339 a.C., dopo la conquista greca di Entella, Cartagine inviò in Sicilia un imponente esercito di 70.000 uomini, tra i quali anche il famoso “battaglione sacro” formato dai cittadini cartaginesi. Timoleonte decise di ingaggiare battaglia presso il fiume Crimiso. Plutarco descrive l’imponente apparizione dell’esercito cartaginese con grande pathos, ma nonostante l’inferiorità numerica Timoleonte lanciò gli opliti alla carica dalla collina che sovrastava il fiume, mentre i Cartaginesi ancora lo attraversavano. Impediti dall’acqua e dal fango, i Cartaginesi furono sconfitti. Tuttavia, sebbene avesse vinto, l’alleanza di Timoleonte si sfaldò subito e molte città passarono dalla parte cartaginese. Vi era infatti il timore che Timoleonte volesse assoggettare tutte le città greche e non greche al dominio di Siracusa. Timoleonte passò subito al contrattacco, sconfiggendo e giustiziando i capi della diserzione, i tiranni Iceta di Leontini e Mamerco di Catania. Quindi, Timoleonte stipulò un trattato di pace con Cartagine che pose il confine tra le due sfere di influenza, cartaginese e siracusana, presso il fiume Alico.

Saliti sulla collina, i Corinzi si fermarono e, poggiati gli scudi, riposavano; il sole apparve e levò in alto il vapore; l’aria scura, radunandosi intorno alle vette e addensandosi, oscurò le cime, ma la zona sottostante si schiarì: apparve il Crimiso e si videro i nemici che lo attraversavano: davanti le quadrighe, equipaggiate in vista dello scontro in modo da incutere paura, dietro diecimila opliti con gli scudi bianchi. I Corinzi supponevano che questi fossero cartaginesi per lo splendore delle armi, per la lentezza e l’ordine della marcia.

Plutarco, Vita di Timoleonte, 27, 3-5.

Dettaglio dell'Olpe Chigi
Olpe Chigi, da Veio, Museo Etrusco di Villa Giulia

La morte di Timoleonte (335 a.C.)

Tornato a Siracusa, Timoleonte pose mano a ulteriori riforme politiche e sociali, di cui purtroppo non conosciamo molto. Quindi si ritirò, anziano e ormai cieco, a vita privata, trascorrendo i suoi ultimi anni nella campagna siracusana. Siracusa gli tributò onori straordinari, sia in vita sia dopo la morte, considerandolo un secondo fondatore della città. I suoi funerali furono a spese dello stato siracusano e il suo feretro venne tumulato in piazza durante un’imponente processione. Plutarco ricorda che sulla sua tomba fu letto il bando che i Siracusani avevano emesso appositamente per onorarlo. Il popolo di Siracusa seppellisce Timoleonte, figlio di Timodemo, corinzio, con una spesa di duecento mine. Lo onora in eterno con agoni musicali, ippici, ginnici poiché, dopo aver rovesciato i tiranni, sconfitto i barbari, ripopolato le più importanti delle città distrutte, restituì le leggi ai Sicelioti.

Il popolo di Siracusa seppellisce Timoleonte, figlio di Timodemo, corinzio, con una spesa di duecento mine. Lo onora in eterno con agoni musicali, ippici, ginnici poiché, dopo aver rovesciato i tiranni, sconfitto i barbari, ripopolato le più importanti delle città distrutte, restituì le leggi ai Sicelioti.

   Plutarco, Vita di Timoleonte, 39, 5.

Per approfondire:

  • Sulla storia della Sicilia antica: Moses I. Finley, Storia della Sicilia antica, Feltrinelli, 2016 (1968). Un testo fondamentale, per chiarezza e per stile, per chiunque voglia avvicinarsi alla lunghissima storia dell’isola, prima della caduta dell’Impero romano.
  • Su Timoleonte: Plutarco, Vite parallele. Emilio Paolo e Timoleonte, BUR, 1996. Non deve spaventare l’idea di accostarsi ad uno dei grandi autori del mondo antico perché Plutarco è, prima di tutto, un grande narratore.
  • Un luogo: La storia si compone sempre sullo sfondo di una geografia particolare. La vita di Timoleonte, come in un film, ruota attorno a due grandi ambientazioni: Corinto e Siracusa. La furia romana ha determinato la completa distruzione di Corinto, ma Siracusa è stata per larga parte della storia antica una città fiorente. La grandezza militare di Timoleonte si misura nel confronto con le imponenti strutture difensive di Siracusa, tra i pochi resti di fortificazioni greche sopravvissute nel Mediterraneo. Il castello Eurialo, voluto da Dionisio I e integrato nelle mura dionigiane, è un luogo suggestivo in cui evocare la grande storia. Parco archeologico del castello Eurialo.
Castello Eurialo Siracusa
Un passaggio interno del Castello Eurialo

Sono Francesco, aspirante storico e aspirante scrittore. Sono laureato in Storia e collaboro con Storia Antica per migliorare il mio metodo. La storia è per me scienza e passione, perché, come dice lo storico Marc Bloch, “se anche la storia dovesse essere giudicata incapace di altri compiti, rimarrebbe da far valere, in suo favore, che essa è divertente”.

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